Scuoto il placido letargo di questo blog dopo un bel tot.
Ci sarebbero state varie occasioni (che non escludo di ricreare per continuare a scrivere) che ho bellamente ignorato. L'ispirazione va e viene, con una netta prevalenza della prima opzione. Proviamo a ricominciare.
Il concetto: è stata una fine estate piuttosto traumatica per il mio davanzale. Niente di sorprendente, se considero che l'estate stessa sia stata piuttosto mediocre e foriera di difficoltà per così dire (e non senza una punta di pretenziosità) botaniche.
Gerani, basilico, peperoncini, piante grasse, bonsai, poco successo e tanta delusa tristezza.
Partiamo dai primi: in principio c'era il grande geranio bianco, il medio geranio rosso e il prorompente secondo geranio rosso dalle foglie variegate di nero, venuto fuori da una talea presa in campagna da mio nonno a Roccagorga, l'anno scorso. Già dalla primavera i fiori venivano fuori copiosi e i rami gettavano foglie a non finire, tanto che spesso ricorrevo a ritocchi con le forbici per regolarne le forme e favorire le infiorescenze. In particolare il geranio rocchigiano splendeva di grappoli di fiori rosso acceso (fino a tredici, mica pizza e fichi) che mi catturavano lo sguardo quando questo provava ad avventurarsi oltre il limite della finestra della mia stanza. Con il procedere dell'estate, però, il triste declino: i maledetti bruchi delle farfalline notturne hanno cominciato ad insinuarsi all'interno dei rami, scavando gallerie nere e tirando fuori palline secche dalla non ben chiara natura. I tronchetti finivano per marcire, o al contrario per seccare, e la pianta in generale diventava sempre più
brulla. Ho provato a rimuovere i bruchi, quando possibile, buttandoli nel giardino di sotto (

), a potare i rami per evitare che il marciume si propagasse e cose così; adesso il geranio rosso è morto e sepolto, quello bianco è solo una pallida ombra miserevole di quello che era un tempo e quello rosso dalle foglie variegate sembra la talea che era un anno fa, solo più brutta. E si spera che il freddo incombente dia ai miei gerani un po' di tregua.
Il basilico: avevo impiantato all'inizio della stagione delle pianticelle di
basilico greco, quello con le
foglie piccoline e con un profumo particolare. Era cresciuto, ne usavo in quantità, fino a quando gli afidi hanno pensato che fosse il loro, non il mio davanzale, e si sono messi a pasteggiarne a piene mani. Alla fine, ho dovuto estirpare gli zeppetti che una volta erano pianta e le ho sostituite con del basilico normale. Questo, però, non è mai veramente decollato, e adesso pure lui sta raggiungendo la condizione di zeppetto, vuoi per le moschette bianche che lo infestano (prima più di adesso), vuoi perché si avvia alla stasi stagionale.
Vi ricordate
questo post? Bene, ecco il seguito: del peperoncino ciliegia non è uscito nulla, della babbuccia uscita male sì. Solo che ho fatto la cretinata di tenere le plantule germinate in una zone forse troppo soleggiata, tanto che venivano su stentate e bruttine. Alla fine, resomene conto, le ho trasferite sull'altro mio davanzale: hanno ricominciato a crescere come si deve, ma troppo tardi. Ho ottenuto così quattro piante non troppo fruttifere (tranne una) e altre tre completamente spoglie di frutti. Piante alte, fiere, che facevano ombra dalla finestra, ma tanto scarsine. Ho provato ad aspettare per tutto settembre, ma alla fine i fiori che tiravano fuori seccavano prima di diventare frutto, così ho raccolto i peperoncini rimasti, e ho tolto le piante. Un raccolto misero rispetto a quello dell'anno passato; confido nei progetti che ho per quello venturo, e di cui a tempo debito parlerò.
Storia leggermente diversa per le piante grasse. A parte quelle "storiche" di massimo un paio di anni (banali giovani crassule a cui sono però affezionato, di cui una è figlia di talea di quella della mia Principessa, pianta simile a
questa), ho aggiunto qualche altra pianticina presa in giro per quei mercatini estivi per cui impazzisco, soprattutto a Sabaudia. Tre crassule (sul genere di
questa e
questa, solo più bruttine), un'altra che mi è morta che non ricordo come si chiama, un'euforbia obesa presa mezza malata e che è guarita benebene, una cactacea di cui cercherò il nome e poi lo scriverò editando, altre talee di madre Principesca e tre lithops di specie diverse rimediati recentemente. La cosa più bella, però, è stato l'ottenere piantine grasse seminandole. Mi sono procurato precisamente
queste sementi e ho seguito consigli vari, tra cui
questi. Ho ottenuto alla fine un mucchietto di minuscoli cactus di cui mi dispiace non poter pubblicare foto, che crescono piano piano e prima o poi diventeranno grandi. Ah, infine per il mio compleanno due cari amici (Sara e il Fuffolo) mi hanno regalato una coppia di cactus, questi belli grandi.
Da una buona soddisfazione a una vera tragedia: il bonsai.
Un bonsai di acero rosso giapponese, un bellissimo bonsai, un regalo importante da parte di una persona importantissima. Lo tengo dall'estate dell'anno scorso, questa estate comincia a soffrire, e non mi spiego il perché. Inizialmente, le foglie cominciano a seccare, vado dal vivaista e mi dice che è perché sta al sole. E io gli dico che per rendergli rosse le foglie, deve stare al sole. E lui, e vabbé, è così, anche i miei li ho dovuti portare dentro. Lo metto dentro, taglio le foglie secondo manuali internettiani e secondo le parole del vivaista, per farle ricrescere e per rendere più armoniosa la forma dell'alberello. Le nuove gemme sono poche e stentate, finiranno per seccare anch'esse. Mi decido ad andare da un altro vivaista, che si studia il bonsai e, disilluso, ci mette poco a tirare le somme: asfissia radicale. Un po' per il vaso stretto, un po' per il mio innaffiare (leggero, ma comunque troppo) il bonsai dall'alto (dovevo solamente spruzzarlo e/o immergerlo), il panetto di terra invece di essere soffice e areato è diventato, appunto, un panetto. Ho provato a rinvasarlo: se tutto va bene e se l'ho preso in tempo, la prossima primavera dovrebbe tirare fuori nuovi getti. Speriamo.
E adesso, dopo il davanzale che va, il davanzale che viene.
Continuerò a scrivere, adesso devo andare, again. Stéi tiùnd.