giovedì, 28 settembre 2006

Quasi senza voce...



Per caso, stasera, invece di mettere su la cassetta di Pearl Jam Live in Tokyo (smarrita chissà come, ha lasciato la sua custodia tutta sola, la bastarda...) ho deciso di ascoltare Le Origini di De Gregori. È una cassetta vecchia, di plastica blu, un po' rotta e un po' frusciante, che contiene un'antologia di canzoni del Principe.
Metto in moto, con la Principessa accanto, e vado.
La donna cannone.
Comincio a cantare, la mia voce è in gran forma, stasera, mi diverto, sto bene, dopo tanto tempo sento questa canzone così bella e così vicina, così vibrante dentro di me.
Mi accorgo che nella Stilo prende vita un terzetto 2+1, De Gregori, io e la mia lei. E sorrido dentro di me.
Le canzoni si dipanano, mentre si cedono il posto una dopo l'altra sento che la polvere si scuote e va via, vedo luccichii di un tempo rifare capolino.
E così passano Rimmel, Generale, Piccola mela, La leva calcistica della classe '68.
Nel frattempo ho raggiunto Sermoneta, e ho fatto inversione, perché la festa che avremmo dovuto trovare in realtà è ancora tutta incartata. Magari domani...
Giro la macchina, vado, fino a quando comincia l'arpeggio che mi fa nascere nel petto, zitto zitto, un boato da concerto. Quattro cani per strada...
Scopro dopo tanto tempo che questi quattro cani non sono più solo metafore di altrettante figure umane, ma sono proprio cani veri, che io conosco. C'è Charlie, il cagnolino che passa la notte accanto la caserma dei carabinieri, che non parla mai. C'è Bill, il cane buono che conosce la strada e ogni tanto si perde, ma poi torna sempre. La cagna mi sa che non la conosco. E c'è il cane che ha un padrone. È Alf, e di lui ho già parlato... ()
Se D. si vosse voltata, mi avrebbe visto quasi piangere, e se la musica non fosse stata alta, avrebbe sentito la voce cedermi (e spero non sia successo a mia insaputa, mi prenderebbe un'attacco di vergogna retrospettiva...). Ero felice, porca miseria... Anzi, porco cane...
Arrivata Festival mi sono fermato; ho lasciato andare solo la voce del Principe, perché non conosco Tenco e non avrei voluto intromettermi nel suo omaggio. Mi limitavo a far finta di suonare l'interccio di chitarre acustiche che addobbavano la canzone.
E poi l'allegria di Caterina, l'ardore politico e ucronico di Pablo, e Alice. E D. mi suggerisce che forse Alice è la bambina nella pancia, e lei tutto quello non lo sa, e guarda i gatti mentre il sole fa questo quello, e io scopro che questa canzone che non mi era piaciuta mai tanto in realtà la sto riscoprendo, e forse mi piace un po' di più.
Sento un freddo fittizio quando arriva Natale, anche se è tra due giorni...
Pezzi di vetro. Taccio di nuovo, solo il Principe la deve cantare. E mi ricordo che un tempo sono stato anch'io l'uomo che cammina sui pezzi di vetro e mi accorgo che il tempo passa e cambia le cose, e per fortuna ci sono le canzoni che fanno da diario e da segnalibri tra una pagina e l'altra. Di nuovo, muovo le mani in un arpeggio muto (ci ho provato, a cantare, lo confesso, ma mi sono fermato subito).
Per Renoir mi sgolo, e l'allegra semi-tristezza di questa canzone mi gonfia le vele.
Piano bar è un po' moscia, Titanic mi fa ballicchiare tra una sterzata, un cambio di marcia e una rotonda.
Ed ecco l'altro momento di commozione: Due zingari. È difficile parlare di questa canzone, bisognerebbe solo ascoltarla per capire (come De Gregori stesso disse in un altro disco "La canzone... parla da sé!"). Mi limito a raccontare dei ricordi, e scusate se mi dilungo. La cassetta è vecchia, ho detto. Me la regalò mio padre quando lo accompagnai al Nord per un suo viaggetto di lavoro; ero in pieno sboccio degregoriano, in seguito a Prendere e Lasciare; ci fermammo in un autogrill e me la feci comprare. Ascoltai per la prima volta quella canzone, nel mio walkman, nella fase-ritorno del viaggio. Ci eravamo fermati in un motel lungo non so quale stradale nei pressi di Modena. Mi ricordo ancora l'atmosfera da film italiano anni '70/'80 (tipo Bianco, rosso e Verdone) e il profumo caldo dei cappelletti in brodo. Quella sera mio padre mi portò al cinema a vedere Jurassic Park 2, e per la strada, mentre a fatica lui si orientava, io ascoltavo. E con quei ricordi visivi, adesso, io visualizzo le parole

sull'autostrada accanto al campo
le macchine passano velocemente
e gli autotreni mangiano chilometri
sicuramente vanno molto lontano
gli autisti si fermano e poi ripartono
dicono "c'è nebbia, bisogna andare piano..."
si lasciano dietro un sogno metropolitano

Stasera, poi, ci ho aggiunto dell'altro: il morbidissimo sax, tenero, che si sente alla fine del brano sembrava essere la colonna sonora di quella scena di Amarcord in cui i ragazzi si mettono a far finta di suonare di fronte a un Grand Hotel immerso nella nebbia...
E continuo così, perché poco dopo, passata I muscoli del Capitano, viene Raggio di sole. Paradossale il fatto che per quel motivo (quello prima di Amarcord) io la veda in notturno, perché l'ultimo spettacolo del cinema ci aspettava e io, non abituato troppo a quegli orari, dormicchiavo. Il Raggio di sole brilla fugace in una notte poco distinta, fatta di fari e neon e insegne, e stelline spuntano qui e lì quando, nella seconda parte della canzone, si fanno sentire quella specie di note da carillon.
Fermo la macchina, parcheggio perché mi devo preparare un tabacco. Accendo, vedo un gatto, e mentre la canzone finisce gli lancio da lontano delle crocchette, di quelle che tengo nel bagagliaio per casi come questo.
Rientro, riparto e parte Viva l'Italia. Poteva tranquillamente non partire.
Gran finale, Buonanotte Fiorellino, che si porta con sé un augurio rubato e girato, e le risate mentali al pensiero di quella sciocca leggenda metromusicalpolitana che la vuole narratrice della moglie morta di De Gregori...
Buonanotte a voi, e grazie per l'attenzione, e scusate per la prolissità.

postato da: Solarithan alle ore 01:06 | link | commenti (11)
categorie: musica, poesia, riflessioni, de gregori
domenica, 23 luglio 2006

Dolly del mareee prooofoondo!



Beh, un concerto di De Gregori, nonostante le mie mille attuali riserve sul suo conto, resta sempre un concerto di De Gregori, perdipiù se è gratis (offerto dalla Nuova Casearia dell'Agro Pontino, con il patronato di Gilberto Trovini).
Stasera a Pontinia (LT) ho avuto la possibilità di godere di questo dono.
Mille riserve, dicevo... In parole povere: non amo quasi per niente la produzione degregoriana degli ultimi anni, da Amore nel pomeriggio, diciamo, eccezion fatta per Pezzi, che reputo un buon disco (ma non troppo); Calypsos è stato per me inascoltabile, non ce l'ho fatta a finirlo. Spero di recuperare, prima o poi, almeno a titolo di cronaca. Mi piacciono molto Cardiologia e Per le strade di Roma e odio visceralmente La linea della vita.
Sono arrivato che il concerto era già iniziato, e sono stato contento che le note che mi arrivavano dalla distanza fossero proprio (almeno mi è sembrato) quelle di quest'ultima canzone. Una di meno, via.
Oltre ai lavori in studio, non amo e spesso detesto certi rimaneggiamenti di vecchie canzoni del Principe. Non perché penso cose tipo "Oh, ha toccato i classici! Sacrilegio!!!", ma semplicemente perché non mi piace come le riarrangia. Echi folk, country, pseudorock e vattelappesca... Mentre ascoltavo questi pezzi per me quasi fastidiosi pensavo a quello che avrei potuto scrivere qui, non ero coinvolto per niente, divagavo, rosicavo pesantemente... E ho pensato che tanti pezzi sono stati diluiti e appesantiti, non sono evoluti, sono invecchiati... Hanno acquistato battute in più e una struttura monotona e sempre uguale (tra l'altro caratteristica di tanti suoi pezzi recenti), perdendo al contempo riff, concertazione e presenza da protagonista di singoli strumenti, e soprattutto mordente. Due palle, insomma. E due palle tristi se penso a Compagni di viaggio o a L'Agnello di Dio, due miei capisaldi di quel mio personale capisaldo che è Prendere e lasciare (trovate i testi qui): la prima piatta, la seconda ha perso tanta della sua energia con la rimozione di quel suo riff incisivo e tagliente e un nuovo testo quasi ridicolo ("Ecco l'Agnello di Dio seduto in cima al mondo, che comanda tutto il mondo" o giù di lì... Sembra una nenia da vecchie storie di Dylan Dog); non bastano delle chitarre elettriche distorte, a mio avviso, per renderlo un pezzo migliore, o semplicemente una valida versione alternativa. Era rock non nel senso cinetico, ma geologico del termine: un macigno pesantissimo.
Ma non è stata tutta delusione, nossignori. Stavolta non ci sono rimasto male, ho goduto da matti, oh sì! Non è stato solo quel De Gregori che non mi piace (a me, poi, non dico che sia brutto a prescindere!). Il Principe si è mostrato per quello che è nel mio cuore: ha tirato fuori gioielli stupendi, ha fatto Rimmel, La donna cannone, I matti (testo verso la fine del link).
E ha cantato, questa sì arricchita da un bell'arrangiamento non devastatore, L'uccisione di Babbo Natale! Ero commosso, godevo, ero felice. Così com'ero felice alla fine, quando cantavo a squarciagola Bufalo Bill, un'altra delle mie preferite, e quando De Gregori invitava il pubblico a urlare l'OOOH OOH OOOH! del finale,e poi a sussurrarlo, risultando sexy, a sentir lui... I cori iniziavano un attimo prima del giusto attacco, ma che importa? Lui è stato socievole e piacevolmente amichevole. La delusione è durata poco, non pensavo a scrivere niente qui in quei mentre. Ero felice.
E c'è poi, e però, da dire che non è che tutti i nuovi arrangiamenti fossero pessimi... Niente da capire forse è stata un po' lunga, ma era morbida e dolce, bagnata di gocce di pianoforte. La storia non mi sembrava così malaccio come nel recente passato.Una maglietta alla fine ci sarebbe stata bene, ma non c'era la taglia...
Ma questo concerto è stato straordinario, ed è questo che conta. Straordinario in sè, e straordinario perché è stato capace di suscitare in me vecchie emozioni, di far rinascere in buona quantità quel ragazzino felice che ero poco più di nove anni fa, il 19 luglio 1997, al mio primo concerto di De Gregori, a Priverno (sempre LT). Era il tour di Prendere e lasciare, quello che dette vita al live de La valigia dell'attore. I musicisti erano diversi, le chitarre si sentivano, la musica degregoriana fu molto più rock allora di quella che si presuppone, stando a quello che dicono, debba essere adesso. O un anno fa, a Roma, in un Palalottomatica dall'acustica orrida durante un mediocre concerto da 25 euro. I musicisti di adesso non mi piacciono, non c'è un assolo che sia veramente tale, gli strumenti mi sembrano trascurati. Ma va bene così, dài.
Perche stanotte sono tornato felice.

postato da: Solarithan alle ore 02:57 | link | commenti (2)
categorie: musica, poesia, concerti, de gregori