sabato, 21 luglio 2007

Lautari string back!



...questa volta indossavo una camicia grigia a maniche corte e niente panama, e neppure loro erano gli stessi.
Ma con la stessa contentezza, e per caso, mi sono imbattuto di nuovo nei Lautari, davanti la chiesa dell'abbazia di Fossanova. Stavolta erano in quattro, sempre Katharina Pesch al violino, Paolo di Massimo al mandolino più una bravissima cantante e suonatrice di bodhrán, Eva Danesi (credo) e un chitarrista di cui non conosco il nome.
Le similitudini con il concerto dell'anno scorso sono tante: la musica, innanzitutto, i bambini ballerini, la piacevolezza dell'esecuzione, i CD Live at Matt Molloy's in vendita. Con la differenza che, in quartetto, la musica è stata di più ampio respiro e che, se possibile, sonostati ancora più bravi.
In particolare, tra le cose rimaste le stesse, la didattica dei Lautari, leggera ed esauriente allo stesso tempo: lo sapete che le street jigs sono in 9/8, diversamente dalle jigs vere e proprie che sono in 6/8? Io prima no, adesso sì.
Alla fine, abbiamo fatto una chiacchierata veloce con Katharina Pesch, che, pensa un po', ci ha detto, tra le altre cose, che fanno concerti anche per i matrimoni.
Chapeau, signori.

postato da: Solarithan alle ore 01:56 | link | commenti (5)
categorie: musica, concerti, culture
lunedì, 23 ottobre 2006

Corollario ad Intervista hardita non fuit!

Scusate se doppioposteggio, ma prima mi ero scordato un postscriptum chepperò adesso ritengo meriti un post a parte.
Guardate questa foto degli Harduo.
Ora: Raffaello Indri non vi sembra identico a quel figone di Eddie Vedder in quella meraviglia di video che è Oceans? E Andrea Varnier non è forse identico al maestro Enrico Cremonesi di VivaRadio2?


postato da: Solarithan alle ore 01:00 | link | commenti (2)
categorie: musica, riflessioni, perle, pearl jam
domenica, 22 ottobre 2006

Intervista hardita non fuit!



Con colpevolissimo ritardo mi metto finalmente a scrivere un post che ho in mente da mesi. Chiedo scusa agli Harduo per averli fatti scomodare qualche tempo fa per poi far loro apettare che quello che chiedevo (e che mi è stato dato) venisse pubblicato.
Ma andiamo per ordine.
Alla fine di giugno è uscito un disco, si chiama Ovest Hardita Est. Ed è un disco degli Harduo.
Dal loro sito: L'Harduo è un duo di chitarre acustiche, composto da Raffaello Indri e Andrea Varnier, che si propone di far confluire le più diverse esperienze musicali all'interno di brani originali, composti ed arrangiati assieme, in un continuo confronto di stili ed idee, suggestioni ed influenze. La musica dell'Harduo non vuole identificarsi in un genere, pescare dalla tradizione o limitarsi al campo della "chitarra acustica", ma anzi prende la sua forza proprio dalla diversità ed eterogeneità dell'ispirazione, dalla sensibilità e dall'entusiasmo di due musicisti che imparano ogni giorno, attingendo da qualsiasi fonte, e che scelgono di esprimersi usando liberamente lo strumento, unico limite la fantasia.
Per quanto mi riguarda, gli Harduo sono il gruppo di Palka (cheppoi è Andrea Varnier), ragazzo capellone e dalla nomea di uomo tenero e garbato che attraversa di tanto in tanto le lande dei forum di multiplayer.it. Un tot di tempo fa mi è capitato di ascoltare un suo pezzo, intitolato Lucilla, di cui sono subito diventato spasimante. Con tali pre-referenze e con un po' di preascolti, non ci ho messo molto a desiderare quel disco. Non mi sarei sbagliato.
Ovest Hardita Est è un lavoro che se me lo immagino, in testa mi figuro come un'apertura, una finestra spalancata che trascina con sé una corrente d'aria e uno sguardo che è costretto ad affacciarsi su una sorta di mondo parallelo, fatto di suoni e colori e movimenti, di calore d'estate, di atmosfere indistintamente orientali, e anche di un'uggiosa cupaggine (questo termine me lo sono inventato, mi suona meglio rispetto a "cupezza"). È un disco equilibrato e variegato, non è mai banale. Ogni pezzo contiene una varietà di elementi musicali, e mi riferisco sia allo stile, che ai suoni, che agli strumenti, che alle atmosfere, che alle sensazioni che dà. E mi sa pure che in un certo senso è un disco un po' paraculo (), nel senso che certe frasi sembrano banali, sai come andranno a finire e invece no! te le ritrovi concluse in un modo diverso, inaspettato e spiazzante.
Non è un disco assimilabile al primo ascolto: almeno per quanto riguarda me, c'è voluto un po' a digerire certi fraseggi frenetici e rapidi, o certi cambi melodici improvvisi. Ma alla fine la musicalità, un'orecchiabilità consapevole, per così dire, mi hanno conquistato. Per giorni e giorni Ovest Hardita Est è stata la colonna sonora dei miei viaggi in macchina, mi ritrovavo a canticchiarne melodie mentre cucinavo o passeggiavo.
La sensazione prevalente è una sorta di ottimistica gioia, di calda freschezza baciata dal sole, di colorata felicità di vivere. Mi riferisco in particolare a The last summer, Er Geo, e soprattutto a Danza della sabbia, dove un turbinio travolgente di note provoca un'irrefrenabile contentezza, che si esprime in sorrisi, groppi in gola d'emozione e invincibile cinetica. Bellissima se siete lungo la strada per Sabaudia, o sul lungomare sempre di Sabaudia, tutti belli e felici e agitati...
Silent in Bodrum ti porta in un imprecisato oriente, e ti spiazza con pennellate di blues. Sa di oro scuro.
Ovest hardita est è un alternarsi di attenzione e rilassatezza, di riflessioni e di occhi chiusi senza pensare. È difficile da rendere questa idea, quindi ascoltatela, e  basta.
Lajania è quella che mi piace di meno, soltanto perché avendo un testo non è immediata (nel senso di non-mediata) come le altre, come se avesse un solo binario di percorrenza. Ma è comunque un pezzo ben fatto, con un'ottima Flavia Quass alla voce.
Solar device è il brano più methenyano del disco, di quel Metheny dei 70's tutto bello acustico. Non la stessa cosa, ma ci riconosco tanti echi. Un motivo in più per apprezzarla (oltre al titolo, che è una figata).
E concludo con Improprobabile. Non solo perché probabilmente è la mia preferita (insieme a Danza della sabbia) ma anche perché... il perché lo capite ascolando tutto il disco. È questa la traccia in cui compare la cupaggine di cui dicevo. È un brano che mi coinvolge particolarmente, all'opposto di Danza della sabbia. Guido statico e attento, occhi seri, un tantino feroci. Il bridge (sempre che sia il bridge, non sono mai sicuro di questi sezionamenti) mi dà un brivido lungo la spina dorsale, che sale e sale e mi esplode nel cervello nel corso dell'inciso. Mi ricorda tantissimo le atmosfere del film Il collezionista di ossa. Così come Metheny, altra stimolazione di un nervo-passione: Jeffery Deaver. Divento matto, da un brano all'altro, non è colpa mia, sono gli Harduo, mannaggia a loro...

Non sono sceso nei dettagli parlando del disco in sè, e questo perché (come dicevo all'inizio e come si sarà già capito) Andrea Varnier e Raffaello Indri sono stati tanto gentili da rispondere a qualche mia domanda, in una sorta di intervista che pubblico qui di seguito. Grazie tante, ragazzi, davvero.

    Iniziamo con una banalità necessaria: da quanto tempo suonate,e quale è stato più o meno il vostro percorso artistico?

Andrea Io suono da circa 21 anni. Ho iniziato con la classica, a 10, e ho preso lezioni private, in maniera discontinua, per qualche anno. Contemporaneamente mi sono avvicinato alla musica che più mi piaceva (il metal :)), da autodidatta: non esistevano all'epoca insegnanti qualificati e bravi come Raffa!
Poi ho suonato in diversi gruppi, e a dire il vero per un periodo avevo quasi accantonato l'idea di fare il musicista. Fino all'aprile del 2004, quando a Trieste ho partecipato ad una clinic di Tommy Emmanuel. Un'esperienza per me importantissima, mi ha toccato profondamente, e mi ha fatto capire che nella vita io voglio suonare la chitarra! Sembrerà ridicolo, ma a quel giorno (22 aprile), io faccio risalire l'inizio della mia "vocazione acustica" :)
Da qui un paio di incontri con Paolo Sereno, poi seminari con Franco Morone, Davide Mastrangelo, Ed Gerhard.
Ora mi sto dando da fare, e i segnali positivi non mancano: primo premio al concorso "Wilder-Davoli New Sounds of Acoustic Music" l'anno scorso, contratto con Folkest e pubblicazione di Ovest Hardita Est quest'anno, senza dimenticare i Déja, ovvero la preziosa collaborazione con Serena Finatti (bravissima ed ispirata cantautrice friulana), che mi sta dando tanti stimoli e soddisfazioni, e che spero si concretizzerà presto in un bel disco contenente i suoi pezzi arrangiati da me per chitarra.

Raffaello
Io invece suono da circa 17 anni. Ho anch'io iniziato il mio percorso con la chitarra classica e il primissimo saggio-concerto che ho fatto è stato proprio in compagnia di Andrea (è in quell'occasione che ci siamo conosciuti). Dopo tre anni di chitarra classica è arrivata l'elettrica. Per un buon periodo ho portato avanti lo studio da autodidatta (effettivamente all'epoca non esistevano insegnanti preparati) poi mi sono sono iscritto all' Accademia di Musica Moderna di Verona e in seguito all' Accademia Lizard di Fiesole dove, sotto la guida del maestro Alex Stornello mi sono diplomato in chitarra elettrica ad indirizzo Heavy-Fusion. Il piacere per la conoscenza tecnica e armonica dello strumento mi ha poi portato ad avvicinarmi ad altri insegnanti come Gaetano Valli per il Jazz, Massimo Varini per l' arrangiamento Pop e a partecipare a numerosissimi seminari di artisti di fama nazionale ed internazionale. A livello di band attualmente sono impegnato con i Garden Wall (band progressive con la quale ho registrato 3 cd e dove attualmente stiamo lavorando al quarto), i Burnin' Dolls (la band Metal in cui suono affianco a Camillo Colleluori, Alessandro Serravalle e Rudy Berginc), i Rain (band tributo ai Deep Purple) e ovviamente l' Harduo. Ci sono poi alcuni progetti paralleli di collaborazione con diversi amici-musicisti e un mio personale lavoro legato alla composizione di colonne sonore per film Horror (Occult-Action). 

[Complimentoni! n.d.R.]

    Lo sapete che siete davvero bravissimi (non accetterò risposte che contemplano modestia)?

Andrea
Mah, non so Raffa, ma io sì!! :D

Raffaello Grazie è sempre un piacere sentirselo dire... Andrea non sei più mio amicco! :D

    Nel booklet di Ovest Hardita Est non è specificato, credo: come vi dividete il lavoro?

Andrea e Raffaello I nostri pezzi nascono quasi sempre da un'idea, un embrione che uno dei due propone all'altro. Può essere un tema (come è stato nel caso di "The Last Summer"), o un riff ("Er Geo"). Poi, insieme (e qui credo stia la chiave), iniziamo a sviluppare, arricchire, tagliare, incollare, colorare. Ma non esiste un processo codificato, né una divisione consapevole del lavoro: i brani nascono dalla gioia e dal divertimento di suonare insieme. Ci sono canzoni che sono il risultato di un processo evolutivo durato mesi (e forse anni come "Er Geo", a cui abbiamo continuato ad apportare piccole modifiche anche durante la registrazione del cd), ed altre che sono nate di getto e spontaneamente (ad esempio la "Danza della sabbia", composta praticamente tutta durante una Pasquetta di qualche anno fa :)).

    Avete in programma di spostarvi dalla vostra zona e scendere a fare concerti più a sud (magari dalle mie parti)? E nell'eventualità, come sarebbe possibile invitarvi a suonare?

Andrea Beh, tendenzialmente noi vogliamo suonare il più possibile, e ovunque. Invitateci! Scriveteci, le mail sono sul sito.

Raffaello Magari! Crediamo vivamente che la nostra proposta musicale possa essere apprezzata da un pubblico di diversa estrazione, ogni invito è ben accetto.

[Speriamo...n.d.R.]

    Dite qualche parola sulle vostre composizioni, in generale.

Andrea Le nostre composizioni... credo che siano così varie che mi risulta quasi difficile parlarne in generale. Voglio dire: abbiamo lavorato per più di quattro anni ai pezzi che appaiono su Ovest Hardita Est. Come puoi immaginare, in un lasso di tempo così lungo, i brani sono cresciuti con noi. Ecco, se devo dire qualcosa in generale su questa musica, posso presentarti il disco come un diario musicale. In esso c'è un riassunto, o meglio una serie di istantanee dei momenti importanti (piacevoli o meno), di questo tratto di vita e della mia crescita come musicista e come uomo.

Raffaello Potrei aggiungere che ogni nostra composizione rappresenta una sorta di viaggio che parte dalla musica per parlare di noi stessi.


    Idem come sopra, ma stavolta su un brano specifico.

Andrea Considerando quello che ho detto prima, ti posso parlare della "Danza della Sabbia", canzone per cui l'input principale è arrivato da me. La danza non è altro che il saltellare dei granelli di sabbia in una clessidra: è un pezzo che parla del tempo, e dell'attesa. Di tutte le volte che, nella vita, ti ritrovi a dover aspettare, fare ricorso a tutte le tue forze per non lasciarti andare ed avere fiducia che il domani ti porterà qualcosa di buono. Non è uno stato d'animo facile, ed è un tema caro ai musicisti, perché ti metti in gioco completamente, e i risultati spesso non ti ripagano di tutti gli sforzi che fai.
Il brano è molto solare, e gioioso: non ti stupire, è la mia reazione tipica! Nei momenti più tristi per me nasce la musica più allegra :)

Raffaello Parte proprio da un viaggio l'ispirazione che mi ha portato a scrivere "Silent in Bodrum". Bodrum è una piccola cittadina nel sud della Turchia che si affaccia sul mar Egeo. Quando ci sono stato sono rimasto affascinato dalle soluzioni melodiche e timbriche di alcuni strumenti musicali locali come il "Baglama" e l' "Ut". Da qui l'ispirazione a costruire un brano che potesse diventare una sorta di ponte tra diverse culture musicali, un viaggio attraverso le sonorità mediorientali, il blues, il metal e il romanticismo neoclassico. È probabilmente il brano che  sintetizza di più la mia attitudine sia di musicista che di persona ovvero viene espressa l'idea che nella contaminazione dei generi musicali ci possa essere un notevole potenziale comunicativo ed emotivo... a questo punto si potrebbe entrare anche in discorsi politico-sociali ma rimanendo in ambito musicale potrei dire che in "Silent in Bodrum", come un pò in tutto il disco dell'Harduo, è forte l'idea di unione come momento di crescita.

    Perché avete scelto proprio quegli strumenti come compagni del viaggio Ovest Hardita Est? E perché la lingua spagnola per Lejania?

Andrea e Raffaello Sinceramente non è stata una scelta ragionata, o non fino in fondo per lo meno. Volevamo arricchire la nostra musica, e abbiamo fatto un po' una lista degli amici musicisti che avrebbero potuto partecipare alle registrazioni. Quindi ottimi musicisti sì, ma prima di tutto amici. Pensa che il percussionista abita davanti alla nostra sala prove! :D
Per quanto riguarda lo spagnolo, Flavia ha lavorato per diversi mesi alle isole Canarie, ed è diventata la sua seconda lingua. Ci piaceva il tocco 'esotico' che conferisce al pezzo.

[Voglio il testo. n.d.R.]

    Qualche parolina sui vostri colleghi..?

Andrea e Raffaello Innanzitutto vogliamo ringraziare pubblicamente tutti quanti per il lavoro fatto e per come hanno davvero impreziosito il disco.
Flavia Quass è la 'nostra' cantante ormai da due anni, una collaborazione che ha portato molto ad entrambe le parti (spero! :)), ci accompagna nei concerti, ci dà tutto il suo entusiasmo, è una vera amica, oltre che una bravissima cantante ed una persona deliziosa.
Pietro Sponton, il percussionista, nonché vicino di casa, è un professionista e un insegnante molto quotato e stimato in regione e non solo. Collabora e suona in diversi gruppi, non ultimo l'Indovinatoduo (www.indovinatoduo.com), una formazione di musica celtica e irlandese, in cui suona proprio con Fulvia Pellegrini, anche lei diplomata e insegnante da diversi anni, violinista che sta velocemente acquistando credibilità ed esperienza nel settore.
Infine il mitico Christian Bertok, un vero asso del suo strumento (flauto traverso), in possesso di una tecnica strabiliante e capace di improvvisare su qualsiasi cosa. Un grande!
E non dimentichiamo il nostro amico-fonico Davide Linzi. E' grazie al suo prezioso contributo in fase di mixaggio e di mastering che il disco suona così bene!!

    Entrando nel merito delle vostre composizioni: qual è il motivo del vostro fare musica?

Andrea Come ho già accennato prima, l'Harduo nasce dal divertimento di suonare assieme, di provare a fare "metal" con le chitarre acustiche, in un certo senso.
Per me c'è anche una forte componente di sfida, perché suonare al livello di Raffa non è affatto facile, e una notevole percentuale di interesse didattico, perché quando lo ascolto lo studio e cerco di rubargli più idee possibile, anche se lui non lo sa!! :D

Raffaello Di base c'è una forte intesa musicale che per me è davvero appagante. Nel processo creativo di composizione a quattro mani spesso si innesca quella fase di entusiasmo ed esaltazione collettiva che è uno dei momenti più belli del fare musica. Diventare padre di un brano e poterne condividere la soddisfazione con un amico è davvero fonte di gran gioia.

    Che effetto vi fa?

Andrea Mi fa stare bene, e mi dà energia.

Raffaello Mi fa stare bene, e mi dà energia.

[ahah, simpaticoni! n.d.R.]

    Che cosa significa per voi avere dei fan?

Andrea Bella domanda! Per me è una sensazione strana, però è indubbiamente una soddisfazione sapere che la nostra musica viene apprezzata e seguita!

Raffaello Avere dei fan è una forma di riconoscimento al lavoro svolto, è indubbiamente gratificante e diventa uno sprone a non deluderli e a cercare di fare sempre meglio.

    Ci sarà un prossimo disco (spero con tutto il cuore di sì)? Un'anteprima? Qualche anticipazione?

Andrea Ma certo che ci sarà un secondo disco! Abbiamo già quattro nuove canzoni pronte. Questa volta (lo dico come anticipazione), io vorrei fare un disco molto più scarno, che catturi l'essenza live dell'Harduo. Quindi due chitarre e basta.

Raffaello Ci sarà... a dir la verità io pensavo di fare un disco molto più sinfonico...tipo duo di chitarre e orchestra di musica classica :D...dopo uno scontro di ju-jtsu decideremo la veste del nuovo disco :D

    Una domanda per Palka aka
Andrea Varnier, anche se non c'entra niente: mi parleresti di quel gioiellino di Lucilla, per favore?

Beh, che dire? Intanto grazie per averla definita "gioiellino" :))
Lucilla mi sta dando non poche soddisfazioni, dalla vittoria al concorso di Sarzana, alle email che ogni tanto ricevo di persone che capitano sul mio sito e l'ascoltano. Ti posso dire che il tema principale è stato ispirato (ovviamente? :)), da una fanciulla leggiadra et bellissima, con una luce particolare negli occhi (da qui il titolo), e che con tutta probabilità sarà presente nel cd con Serena (Finatti, la cantautrice di cui sopra), come "momento chitarristico" :)

    Una per Raffaello Indri: quanto c'è nel disco del "maestro Raffaello Indri"?

Il mio contributo maggiore è quello legato all' aspetto solistico-melodico, per quanto riguarda l'aspetto compositivo in ogni traccia c'è un equilibrato contributo di entrambi...

    Grazie!

Andrea e Raffaello Grazie a te :) e grazie a tutti quelli che si interessano alla nostra musica, ci supportano ai concerti e comprano i cd!

    Mi sono scordato di chiedervi, quando vi ho "intervistato", perché il disco si chiama in quel modo. Mi rispondereste nei commenti, se vi va?





Davvero, compratelo il ciddì, ché costa pure poco (sul sito ci stanno tutte le istruzioni). Fate pure una visita a www.raffaelloindri.it e www.andreavarnier.com .

postato da: Solarithan alle ore 23:08 | link | commenti (7)
categorie: musica, poesia, interviste
sabato, 07 ottobre 2006

Inkessence!

Stasera ho incontrato il mio amico Francesco. 'Sto tizio amico mio suona in una cover band dei Peggièm, lo avevo detto pure qualche post più sotto. Ma ci fu un tempo in cui suonammo insieme. Tanto tempo fa, fine 2001 - inizio 2002. Io studiavo chitarra, ero pure un po' bravino, pieno di belle speranze. Non so quanto bravino, in effetti. Lui suonava il basso, e ancora doveva sbocciare in pieno il suo sempre maggiore talento chitarristico. Insieme, dicevo, in uno sgangherato gruppo chiamato Inkessence.
[mentre scrivo tutto ciò mi si stampa una specie di nostalgico sorriso in faccia...]
C'erano un cantante, Davide, e un altro chitarrista, Roberto, lead guitarist. Io, che non ero così bravo e non me la credevo, comunque, per niente, ero la chitarraccompagnamento. La batteria la suonava un programma del pc, e in saletta per un po' si aggiunse un certo Andrea detto Piddu. Ma ormai avevo lasciato già il gruppo...
Eravamo amici, uscivamo insieme, e ad un certo punto io e Francesco fummo aggregati al nucleo di quegli altri due. Proposi il nome, e fu accettato.
Sinceramente, a riascoltare il demo, resto sorridentemente perplesso. Ci sono un po' di cosette, però, che mi fa piacere riascoltare. Tra queste un mio breve assolo su un pezzo di Roberto, chiamato "Senza di te". È un po' legato, un po' incerto, però mi ricorda di quando suonavo,e ci credevo, mentre adesso la mia chitarra (acustica, quella elettrica è reietta da troppo tempo) la polvere se la vede togliere di dosso, ogni tanto. Ma la polvere sulle dita, quella sì che s'è ammucchiata e non se ne va.
Mi rimpiango non poco, e rimpiango quel vivere la chitarra. Chissà...
Comunque tutto questo per proporvi quell'eccezionale assolo stup(ido)endo.
Ecco a voi, e !





P.S.: Toh, ecco l'altro chitarrista!

postato da: Solarithan alle ore 00:26 | link | commenti (9)
categorie: musica, riflessioni
sabato, 30 settembre 2006

Live @ Jools Holland.



L'emulazione è una gran cosa, il passaparola pure. Sul forum di pearl-jam.it hanno parlato di una performance dei nostri beneamati Peggièm al Jools Holland live show o qualcosa del genere [aggiornamento: il programma si chiama Later with Jools Holland, ed è un programma della BBC]. Ve la rigiro, sperando di fare cosa gradita. Grandi esecuzioni, intervista a Vedder e McCready e un originalissimo e cavalierrimo Vedder alla fine. Da non perdere, credo.
Il file .mpg è compresso e splittato, per via delle sue dimensioni. Quando avrete scaricato tutti e due i file, estraete il primo e poi, quando vi verrà richiesto, caricate il secondo (si vedono i numeri alla fine del nome del file, 01 e 02), completate dunque l'estrazione. Infine non vi resta che guardare e, all'occorrenza, sbavare...
Ecco i file, e saluti! L'HOST DEL FILE È SCADUTO DA TEMPO. CHI FOSSE INTERESSATO, MI LASCI UN COMMENTO E VEDRO' CHE COSA POSSO FARE.

Primo.

Secondo.

postato da: Solarithan alle ore 22:02 | link | commenti (3)
categorie: musica, poesia, perle, concerti, pearl jam
giovedì, 28 settembre 2006

Quasi senza voce...



Per caso, stasera, invece di mettere su la cassetta di Pearl Jam Live in Tokyo (smarrita chissà come, ha lasciato la sua custodia tutta sola, la bastarda...) ho deciso di ascoltare Le Origini di De Gregori. È una cassetta vecchia, di plastica blu, un po' rotta e un po' frusciante, che contiene un'antologia di canzoni del Principe.
Metto in moto, con la Principessa accanto, e vado.
La donna cannone.
Comincio a cantare, la mia voce è in gran forma, stasera, mi diverto, sto bene, dopo tanto tempo sento questa canzone così bella e così vicina, così vibrante dentro di me.
Mi accorgo che nella Stilo prende vita un terzetto 2+1, De Gregori, io e la mia lei. E sorrido dentro di me.
Le canzoni si dipanano, mentre si cedono il posto una dopo l'altra sento che la polvere si scuote e va via, vedo luccichii di un tempo rifare capolino.
E così passano Rimmel, Generale, Piccola mela, La leva calcistica della classe '68.
Nel frattempo ho raggiunto Sermoneta, e ho fatto inversione, perché la festa che avremmo dovuto trovare in realtà è ancora tutta incartata. Magari domani...
Giro la macchina, vado, fino a quando comincia l'arpeggio che mi fa nascere nel petto, zitto zitto, un boato da concerto. Quattro cani per strada...
Scopro dopo tanto tempo che questi quattro cani non sono più solo metafore di altrettante figure umane, ma sono proprio cani veri, che io conosco. C'è Charlie, il cagnolino che passa la notte accanto la caserma dei carabinieri, che non parla mai. C'è Bill, il cane buono che conosce la strada e ogni tanto si perde, ma poi torna sempre. La cagna mi sa che non la conosco. E c'è il cane che ha un padrone. È Alf, e di lui ho già parlato... ()
Se D. si vosse voltata, mi avrebbe visto quasi piangere, e se la musica non fosse stata alta, avrebbe sentito la voce cedermi (e spero non sia successo a mia insaputa, mi prenderebbe un'attacco di vergogna retrospettiva...). Ero felice, porca miseria... Anzi, porco cane...
Arrivata Festival mi sono fermato; ho lasciato andare solo la voce del Principe, perché non conosco Tenco e non avrei voluto intromettermi nel suo omaggio. Mi limitavo a far finta di suonare l'interccio di chitarre acustiche che addobbavano la canzone.
E poi l'allegria di Caterina, l'ardore politico e ucronico di Pablo, e Alice. E D. mi suggerisce che forse Alice è la bambina nella pancia, e lei tutto quello non lo sa, e guarda i gatti mentre il sole fa questo quello, e io scopro che questa canzone che non mi era piaciuta mai tanto in realtà la sto riscoprendo, e forse mi piace un po' di più.
Sento un freddo fittizio quando arriva Natale, anche se è tra due giorni...
Pezzi di vetro. Taccio di nuovo, solo il Principe la deve cantare. E mi ricordo che un tempo sono stato anch'io l'uomo che cammina sui pezzi di vetro e mi accorgo che il tempo passa e cambia le cose, e per fortuna ci sono le canzoni che fanno da diario e da segnalibri tra una pagina e l'altra. Di nuovo, muovo le mani in un arpeggio muto (ci ho provato, a cantare, lo confesso, ma mi sono fermato subito).
Per Renoir mi sgolo, e l'allegra semi-tristezza di questa canzone mi gonfia le vele.
Piano bar è un po' moscia, Titanic mi fa ballicchiare tra una sterzata, un cambio di marcia e una rotonda.
Ed ecco l'altro momento di commozione: Due zingari. È difficile parlare di questa canzone, bisognerebbe solo ascoltarla per capire (come De Gregori stesso disse in un altro disco "La canzone... parla da sé!"). Mi limito a raccontare dei ricordi, e scusate se mi dilungo. La cassetta è vecchia, ho detto. Me la regalò mio padre quando lo accompagnai al Nord per un suo viaggetto di lavoro; ero in pieno sboccio degregoriano, in seguito a Prendere e Lasciare; ci fermammo in un autogrill e me la feci comprare. Ascoltai per la prima volta quella canzone, nel mio walkman, nella fase-ritorno del viaggio. Ci eravamo fermati in un motel lungo non so quale stradale nei pressi di Modena. Mi ricordo ancora l'atmosfera da film italiano anni '70/'80 (tipo Bianco, rosso e Verdone) e il profumo caldo dei cappelletti in brodo. Quella sera mio padre mi portò al cinema a vedere Jurassic Park 2, e per la strada, mentre a fatica lui si orientava, io ascoltavo. E con quei ricordi visivi, adesso, io visualizzo le parole

sull'autostrada accanto al campo
le macchine passano velocemente
e gli autotreni mangiano chilometri
sicuramente vanno molto lontano
gli autisti si fermano e poi ripartono
dicono "c'è nebbia, bisogna andare piano..."
si lasciano dietro un sogno metropolitano

Stasera, poi, ci ho aggiunto dell'altro: il morbidissimo sax, tenero, che si sente alla fine del brano sembrava essere la colonna sonora di quella scena di Amarcord in cui i ragazzi si mettono a far finta di suonare di fronte a un Grand Hotel immerso nella nebbia...
E continuo così, perché poco dopo, passata I muscoli del Capitano, viene Raggio di sole. Paradossale il fatto che per quel motivo (quello prima di Amarcord) io la veda in notturno, perché l'ultimo spettacolo del cinema ci aspettava e io, non abituato troppo a quegli orari, dormicchiavo. Il Raggio di sole brilla fugace in una notte poco distinta, fatta di fari e neon e insegne, e stelline spuntano qui e lì quando, nella seconda parte della canzone, si fanno sentire quella specie di note da carillon.
Fermo la macchina, parcheggio perché mi devo preparare un tabacco. Accendo, vedo un gatto, e mentre la canzone finisce gli lancio da lontano delle crocchette, di quelle che tengo nel bagagliaio per casi come questo.
Rientro, riparto e parte Viva l'Italia. Poteva tranquillamente non partire.
Gran finale, Buonanotte Fiorellino, che si porta con sé un augurio rubato e girato, e le risate mentali al pensiero di quella sciocca leggenda metromusicalpolitana che la vuole narratrice della moglie morta di De Gregori...
Buonanotte a voi, e grazie per l'attenzione, e scusate per la prolissità.

postato da: Solarithan alle ore 01:06 | link | commenti (11)
categorie: musica, poesia, riflessioni, de gregori
mercoledì, 27 settembre 2006

Corollario a Perle dal vivo!



Emulando qui e lì, ho trovato una serie di spezzoni del sottocitato concerto di Bologna dei Pearl Jam, girati e condivisi da un certo GINLEMON, che mi piacerebbe ringraziare di persona e cui vorrei stringere la mano per la sua generosità.
Sono spezzoni e quindi, per chi non è stato lì, magari poco interessanti. Ma lì in mezzo ho trovato un paio di chicche davvero piacevoli, degli aneddoti visuali... Il primo mostra Vedder che parla italiano, con un foglio in mano, esattamente come potete sentire nell'Even flow postata piuggiù. La seconda, invece, testimonia la spettacolare entrata in scena del figherrimo cantante al momento di Bushleaguer, sempre piuggiù. Per chi conosce i Pearl Jam magari questa non sarà niente di nuovo, ma chi non li ha mai visti dal vivo in qualche modo penserà almeno che Eddie Vedder sia fottutamente pazzo.
È meraviglioso...

Come sempre ringrazio Antonio per la foto.

Enjoy!

Chicca #1

Chicca #2

postato da: Solarithan alle ore 01:21 | link | commenti
categorie: musica, poesia, perle, concerti, pearl jam
martedì, 26 settembre 2006

Perle dal vivo!




Caldo. Caldo e sudato...
Potrei essere stato io, così. O uno dei tanti tizi accanto a me, o il mio amico Francesco. O la mia ragazza, ma lei con le desinenze al femminile. Il Palamalaguti intero... E loro cinque più uno, five plus (e non against) one: Eddie Vedder, Stone Gossard, Micheluzzo McCready, Jeff Ament, Matt Cameron e Boom (boom, boom! ) Gaspar.
Caldo, Vedder, nella voce, e sudato, quello quasi da subito. Perché lì dentro era fuckin' hot. Anzi no, era ustionante nella voce. Carne e ossa e note ed energia tutti mischiati e intrecciati da far confondere il caldo fuori con quello dentro.
Casalecchio di Reno (BO), 14.IX.2006.
Il concerto inizia con un paio di vocalizzi, una specie di richiamo Indiano d'America, e io abbocco subito, perché those ignorant Indians got so much on me...
E poi attaccano Elderly woman behind the counter in a small town. E continuano con altri ventiquattro pezzi, a comporre una scaletta forse un po' meno riuscita di quelle delle altre date italiane, ma l'unica a cui ho potuto assistere. E quindi la migliore.
Ci sarebbe tanto da scrivere, tra sensazioni, visioni ed emozioni. E c'è stato il male fisico della stanchezza di dieci ore di fila davanti ai cancelli (attesa bruciata da un manipolo di ingenui fessacchiotti che, ingannati stupidamente da un mezzo accordo di un tecnico addetto al soundcheck, si sono accalcati sotto al palco, portando me e la mia Principessa a sceglierci un posto meno selvaggio sin da prima dell'inizio della performance del gruppo spalla, i My morning Jacket...). C'è stata la pioggia, leggera-ma-non-troppo, a rendere meno noiosa l'attesa, cercando un qualche sistema per non bagnarci troppo. E poi il già citato caldo tropicale nel palazzetto.
Vederli dal vivo, vivi, è stato emozionante, tantissimo. Scritto così è banale, ma non lo è altrettanto a ricordarlo, magari ascoltando il bootleg ufficiale, con i battiti di mani del pubblico in mezzo a Save you, o i discorsi in italiano di Vedder, che deve aver preso lezioni di dizione da papa Wojtyla, con le luci (tutte verdi in Green Disease o tutte bianche durante Baba O'Riley) che riemergono sotto forma di visioni durante l'ascolto.
Tante, tantissime cose, mille dettagli che vanno e vengono dalla mente, così come accade ogni volta che si vuole ricordare qualcosa di speciale. Perché questo, in fondo, è stata quella serata, mettendo da parte le retoriche da fanboy: un paio d'ore meravigliose, il concretizzarsi di un'attesa fatta di ore e ore di ascolto spalmate in otto anni di pearljamaggine, di canzoni cantate a squarciagola in macchina e nel parcheggio deserto di un centro commerciale, quando le suonavo insieme al succitato amico Francesco (tra l'altro attualmente chitarrista di una tribute band dei PJ di queste parti, i Wishlist. Lui sì che è bravo con la chitarra, non come me...), di pulsioni artistiche sottopelle, localizzate principalmente nella zona tra lo sterno e il pomo d'adamo.
Sono felice di esserci stato e sarò felice se mi ricapiterà.
Ed ecco qualche Perla veramente marmellatosa, naturalmente tratta dal concerto.

Elderly woman... . Severed hand. Even flow. Bu$hleaguer. Indifference.




P.S.: Ringrazio Antonio M. per l'immagine usata in questo post. Lui ancora non lo sa,e se riterrà oportuno che non debba star lì, una volta saputolo, la toglierò. Nel frattempo, vi consiglio di sfogliare gli altri suoi scatti, che trovate qui.

postato da: Solarithan alle ore 01:53 | link | commenti (12)
categorie: musica, poesia, perle, fotografia, concerti, pearl jam
domenica, 23 luglio 2006

Dolly del mareee prooofoondo!



Beh, un concerto di De Gregori, nonostante le mie mille attuali riserve sul suo conto, resta sempre un concerto di De Gregori, perdipiù se è gratis (offerto dalla Nuova Casearia dell'Agro Pontino, con il patronato di Gilberto Trovini).
Stasera a Pontinia (LT) ho avuto la possibilità di godere di questo dono.
Mille riserve, dicevo... In parole povere: non amo quasi per niente la produzione degregoriana degli ultimi anni, da Amore nel pomeriggio, diciamo, eccezion fatta per Pezzi, che reputo un buon disco (ma non troppo); Calypsos è stato per me inascoltabile, non ce l'ho fatta a finirlo. Spero di recuperare, prima o poi, almeno a titolo di cronaca. Mi piacciono molto Cardiologia e Per le strade di Roma e odio visceralmente La linea della vita.
Sono arrivato che il concerto era già iniziato, e sono stato contento che le note che mi arrivavano dalla distanza fossero proprio (almeno mi è sembrato) quelle di quest'ultima canzone. Una di meno, via.
Oltre ai lavori in studio, non amo e spesso detesto certi rimaneggiamenti di vecchie canzoni del Principe. Non perché penso cose tipo "Oh, ha toccato i classici! Sacrilegio!!!", ma semplicemente perché non mi piace come le riarrangia. Echi folk, country, pseudorock e vattelappesca... Mentre ascoltavo questi pezzi per me quasi fastidiosi pensavo a quello che avrei potuto scrivere qui, non ero coinvolto per niente, divagavo, rosicavo pesantemente... E ho pensato che tanti pezzi sono stati diluiti e appesantiti, non sono evoluti, sono invecchiati... Hanno acquistato battute in più e una struttura monotona e sempre uguale (tra l'altro caratteristica di tanti suoi pezzi recenti), perdendo al contempo riff, concertazione e presenza da protagonista di singoli strumenti, e soprattutto mordente. Due palle, insomma. E due palle tristi se penso a Compagni di viaggio o a L'Agnello di Dio, due miei capisaldi di quel mio personale capisaldo che è Prendere e lasciare (trovate i testi qui): la prima piatta, la seconda ha perso tanta della sua energia con la rimozione di quel suo riff incisivo e tagliente e un nuovo testo quasi ridicolo ("Ecco l'Agnello di Dio seduto in cima al mondo, che comanda tutto il mondo" o giù di lì... Sembra una nenia da vecchie storie di Dylan Dog); non bastano delle chitarre elettriche distorte, a mio avviso, per renderlo un pezzo migliore, o semplicemente una valida versione alternativa. Era rock non nel senso cinetico, ma geologico del termine: un macigno pesantissimo.
Ma non è stata tutta delusione, nossignori. Stavolta non ci sono rimasto male, ho goduto da matti, oh sì! Non è stato solo quel De Gregori che non mi piace (a me, poi, non dico che sia brutto a prescindere!). Il Principe si è mostrato per quello che è nel mio cuore: ha tirato fuori gioielli stupendi, ha fatto Rimmel, La donna cannone, I matti (testo verso la fine del link).
E ha cantato, questa sì arricchita da un bell'arrangiamento non devastatore, L'uccisione di Babbo Natale! Ero commosso, godevo, ero felice. Così com'ero felice alla fine, quando cantavo a squarciagola Bufalo Bill, un'altra delle mie preferite, e quando De Gregori invitava il pubblico a urlare l'OOOH OOH OOOH! del finale,e poi a sussurrarlo, risultando sexy, a sentir lui... I cori iniziavano un attimo prima del giusto attacco, ma che importa? Lui è stato socievole e piacevolmente amichevole. La delusione è durata poco, non pensavo a scrivere niente qui in quei mentre. Ero felice.
E c'è poi, e però, da dire che non è che tutti i nuovi arrangiamenti fossero pessimi... Niente da capire forse è stata un po' lunga, ma era morbida e dolce, bagnata di gocce di pianoforte. La storia non mi sembrava così malaccio come nel recente passato.Una maglietta alla fine ci sarebbe stata bene, ma non c'era la taglia...
Ma questo concerto è stato straordinario, ed è questo che conta. Straordinario in sè, e straordinario perché è stato capace di suscitare in me vecchie emozioni, di far rinascere in buona quantità quel ragazzino felice che ero poco più di nove anni fa, il 19 luglio 1997, al mio primo concerto di De Gregori, a Priverno (sempre LT). Era il tour di Prendere e lasciare, quello che dette vita al live de La valigia dell'attore. I musicisti erano diversi, le chitarre si sentivano, la musica degregoriana fu molto più rock allora di quella che si presuppone, stando a quello che dicono, debba essere adesso. O un anno fa, a Roma, in un Palalottomatica dall'acustica orrida durante un mediocre concerto da 25 euro. I musicisti di adesso non mi piacciono, non c'è un assolo che sia veramente tale, gli strumenti mi sembrano trascurati. Ma va bene così, dài.
Perche stanotte sono tornato felice.

postato da: Solarithan alle ore 02:57 | link | commenti (2)
categorie: musica, poesia, concerti, de gregori
lunedì, 19 giugno 2006

Mi scusino, siòri...

Ha ragione Angus: non aggiorno mai il blog.
Scusatemi lettori (?) voi tutti. Cercherò di recuperare.
Se volete sfogliarvi un blog perpetuamente (almeno finora) aggiornato, vi consiglio i versi del mio amico BavaBeccaris. Lui sì che si dà da fare, anche se a volte in modi per me oscuri...
Un saluto a tutti voi, più una Perla un po' saltellante, ma piacevolmente invitante al sorriso. Dal concerto al Live Jones Beach di New York, del 25 agosto 2000. Testo qui.
Grazie dell'attenzione.

postato da: Solarithan alle ore 21:02 | link | commenti (3)
categorie: musica, perle