lunedì, 15 ottobre 2007

Spunti personali di riflessione su un'alimentazione un po' più consapevole.

Ma pensa te, avevo scritto una cosa per un contesto che non era questo blog, una cosa che includeva tematiche ambientali, e scopro adesso che oggi è il Blog Action Day. Molto comodo, dunque, copiaincollare quello scritto qui. L'unico limite è la lunghezza, e la poca aderenza al contesto bloggaro, ma allego il .pdf e passa la paura: chi vuole se lo legge, chi non vuole amen.

Spunti personali di riflessione su un'alimentazione un po' più consapevole.

Buona lettura e grazie dell'attenzione.

mercoledì, 03 ottobre 2007

Davanzale che va, davanzale che viene...



Scuoto il placido letargo di questo blog dopo un bel tot.
Ci sarebbero state varie occasioni (che non escludo di ricreare per continuare a scrivere) che ho bellamente ignorato. L'ispirazione va e viene, con una netta prevalenza della prima opzione. Proviamo a ricominciare.

Il concetto: è stata una fine estate piuttosto traumatica per il mio davanzale. Niente di sorprendente, se considero che l'estate stessa sia stata piuttosto mediocre e foriera di difficoltà per così dire (e non senza una punta di pretenziosità) botaniche.
Gerani, basilico, peperoncini, piante grasse, bonsai, poco successo e tanta delusa tristezza.
Partiamo dai primi: in principio c'era il grande geranio bianco, il medio geranio rosso e il prorompente secondo geranio rosso dalle foglie variegate di nero, venuto fuori da una talea presa in campagna da mio nonno a Roccagorga, l'anno scorso. Già dalla primavera i fiori venivano fuori copiosi e i rami gettavano foglie a non finire, tanto che spesso ricorrevo a ritocchi con le forbici per regolarne le forme e favorire le infiorescenze. In particolare il geranio rocchigiano splendeva di grappoli di fiori rosso acceso (fino a tredici, mica pizza e fichi) che mi catturavano lo sguardo quando questo provava ad avventurarsi oltre il limite della finestra della mia stanza. Con il procedere dell'estate, però, il triste declino: i maledetti bruchi delle farfalline notturne hanno cominciato ad insinuarsi all'interno dei rami, scavando gallerie nere e tirando fuori palline secche dalla non ben chiara natura. I tronchetti finivano per marcire, o al contrario per seccare, e la pianta in generale diventava sempre più brulla. Ho provato a rimuovere i bruchi, quando possibile, buttandoli nel giardino di sotto ( ), a potare i rami per evitare che il marciume si propagasse e cose così; adesso il geranio rosso è morto e sepolto, quello bianco è solo una pallida ombra miserevole di quello che era un tempo e quello rosso dalle foglie variegate sembra la talea che era un anno fa, solo più brutta. E si spera che il freddo incombente dia ai miei gerani un po' di tregua.
Il basilico: avevo impiantato all'inizio della stagione delle pianticelle di basilico greco, quello  con le foglie piccoline e con un profumo particolare. Era cresciuto, ne usavo in quantità, fino a quando gli afidi hanno pensato che fosse il loro, non il mio davanzale, e si sono messi a pasteggiarne a piene mani. Alla fine, ho dovuto estirpare gli zeppetti che una volta erano pianta e le ho sostituite con del basilico normale. Questo, però, non è mai veramente decollato, e adesso pure lui sta raggiungendo la condizione di zeppetto, vuoi per le moschette bianche che lo infestano (prima più di adesso), vuoi perché si avvia alla stasi stagionale.
Vi ricordate questo post? Bene, ecco il seguito: del peperoncino ciliegia non è uscito nulla, della babbuccia uscita male sì. Solo che ho fatto la cretinata di tenere le plantule germinate in una zone forse troppo soleggiata, tanto che venivano su stentate e bruttine. Alla fine, resomene conto, le ho trasferite sull'altro mio davanzale: hanno ricominciato a crescere come si deve, ma troppo tardi. Ho ottenuto così quattro piante non troppo fruttifere (tranne una) e altre tre completamente spoglie di frutti. Piante alte, fiere, che facevano ombra dalla finestra, ma tanto scarsine. Ho provato ad aspettare per tutto settembre, ma alla fine i fiori che tiravano fuori seccavano prima di diventare frutto, così ho raccolto i peperoncini rimasti, e ho tolto le piante. Un raccolto misero rispetto a quello dell'anno passato; confido nei progetti che ho per quello venturo, e di cui a tempo debito parlerò.
Storia leggermente diversa per le piante grasse. A parte quelle "storiche" di massimo un paio di anni (banali giovani crassule a cui sono però affezionato, di cui una è figlia di talea di quella della mia Principessa, pianta simile a questa), ho aggiunto qualche altra pianticina presa in giro per quei mercatini estivi per cui impazzisco, soprattutto a Sabaudia. Tre crassule (sul genere di questa e questa, solo più bruttine), un'altra che mi è morta che non ricordo come si chiama, un'euforbia obesa presa mezza malata e che è guarita benebene, una cactacea di cui cercherò il nome e poi lo scriverò editando, altre talee di madre Principesca e tre lithops di specie diverse rimediati recentemente. La cosa più bella, però, è stato l'ottenere piantine grasse seminandole. Mi sono procurato precisamente queste sementi e ho seguito consigli vari, tra cui questi. Ho ottenuto alla fine un mucchietto di minuscoli cactus di cui mi dispiace non poter pubblicare foto, che crescono piano piano e prima o poi diventeranno grandi. Ah, infine per il mio compleanno due cari amici (Sara e il Fuffolo) mi hanno regalato una coppia di cactus, questi belli grandi.
Da una buona soddisfazione a una vera tragedia: il bonsai.
Un bonsai di acero rosso giapponese, un bellissimo bonsai, un regalo importante da parte di una persona importantissima. Lo tengo dall'estate dell'anno scorso, questa estate comincia a soffrire, e non mi spiego il perché. Inizialmente, le foglie cominciano a seccare, vado dal vivaista e mi dice che è perché sta al sole. E io gli dico che per rendergli rosse le foglie, deve stare al sole. E lui, e vabbé, è così, anche i miei li ho dovuti portare dentro. Lo metto dentro, taglio le foglie secondo manuali internettiani e secondo le parole del vivaista, per farle ricrescere e per rendere più armoniosa la forma dell'alberello. Le nuove gemme sono poche e stentate, finiranno per seccare anch'esse. Mi decido ad andare da un altro vivaista, che si studia il bonsai e, disilluso, ci mette poco a tirare le somme: asfissia radicale. Un po' per il vaso stretto, un po' per il mio innaffiare (leggero, ma comunque troppo) il bonsai dall'alto (dovevo solamente spruzzarlo e/o immergerlo), il panetto di terra invece di essere soffice e areato è diventato, appunto, un panetto. Ho provato a rinvasarlo: se tutto va bene e se l'ho preso in tempo, la prossima primavera dovrebbe tirare fuori nuovi getti. Speriamo.
E adesso, dopo il davanzale che va, il davanzale che viene.

Continuerò a scrivere, adesso devo andare, again. Stéi tiùnd.

postato da: Solarithan alle ore 13:15 | link | commenti (2)
categorie: natura, perle, agricoltura, davanzale
venerdì, 18 maggio 2007

Da seme a virgulto, da radice a stelo.

Qualche mese fa ho piantato in un vaso dei bulbini bianchi di Muscari Armeniacum.
Sono cresciuti, hanno fatto fiori improfumandomi il davanzale; poi ci hanno messo lo zampettino gli insetti, impollinando da fiore a fiore; sono usciti i fruttini, simili più o meno a scatolette verdechiaro con quattro lati concavi. Col passare dei giorni, gli steli coi frutti seccavano, e seccavano, e seccavano, fino a che le scatolette verdechiaro sono diventati aridi contenitori traslucidi a mostrare minuscole palline nere. Prima dell'infine, le scatolette si sono aperte, e al momento dell'infine sono arrivato io a sgranare quei piccoli chicchi scuri. Li sto tenendo in un contenitore delle sorprese dell'ovetto kinder. Li seminerò, così (come confermatomi dall'esperto Paolo delle caprette tibetane, che ringrazio anche qui) tra due anni avrò fiori di nuova generazione. L'anno prossimo mi accontenterò di fiori venuti fuori dagli stessi bulbi di quest'anno, che tra un po' tirerò fuori dalla terra e conserverò con cura.
Ecco i miei Armeniacum nel loro giovane splendore, come potevate già aver visto piuggiù.
Passando per tutt'altri motivi al Lidl, mi è capitato di trovare in vendita dei rizomi di Kniphofia Tritoma.
Simili agli Armeniacum, almeno a prima vista, come struttura, hanno dei colori autunnali e una fioritura tardoestiva. Mi è parso di capire che forse sono di dimensioni maggiori, ma vabbé, ci adattiamo, dài.
Armeniacum a primavera, Kniphofie in autunno. Chissà come andrà...

Perla parzialmente in tema, e al cui testo ho spudoratamente fregato il titolo del post: Cropduster, dal concerto alla Sports Arena a Toledo, Ohio, del concerto del Vote for Change Tour del 2 ottobre 2004.
Buon ascolto, e grazie dell'attenzione.

postato da: Solarithan alle ore 01:17 | link | commenti
categorie: natura, perle, gatti, magia, video, pearl jam, davanzale
lunedì, 14 maggio 2007

Le rose fioriscono di nuovo.


È passato un anno da quando Mya se n'è andata.
La rosa sulla sua piccola tomba è di nuovo in fiore, è il mese giusto. Del resto, gli abbinamenti Mya - rose - color lilla delicato - tepore del clima sono pienamente azzeccati. L'unica cosa è che dei coleotteri verdognoli si infilano nei boccioli - profumatissimi - per farsi delle scorpacciate di dolcezza, ma via! anche loro devono campare. E sono contento che la mia gattina bianca e nera, dall'unico pois perfetto e dagli occhioni verde tartaruga, contribuisca a far proseguire la vita del mondo che la vide protagonista nella sua vita e in quella di almeno altre due persone.
Un anno è passato, il dolore si smorza, la mancanza concreta si trasforma in una sorta di nostalgia spirituale. Mya è diventato Mito.

La Perla che propongo è Man of the hour, che fa parte della colonna sonora di Big fish di Burton. Nature has its own religion, Gospel from the Land. Mya è the Cat of the hour, and this is just a goodbye for now.
Testo qui. Il brano è tratto da una serata allo Shoreline Amphitheater, Mountain View, California, il 21 ottobre 2006.

postato da: Solarithan alle ore 12:57 | link | commenti (2)
categorie: natura, poesia, perle, amori, gatti, mya
mercoledì, 04 aprile 2007

Un giorno di Tulipani Neri.

Oggi, come ieri e come non so per quanti giorni ancora, fioriscono i Queen of Night sul mio davanzale.
Enjoy.

 

postato da: Solarithan alle ore 18:38 | link | commenti (12)
categorie: natura, video, davanzale
venerdì, 09 marzo 2007

Un fagiolo solo non basta.



Biodiversità rurale :: Il portale di Civiltà Contadina e dei seed savers italiani


P.S.: date un'occhiata al nuovo link aggiunto agli altri, lì sulla sinistra: è un blog bellissimo!

postato da: Solarithan alle ore 23:55 | link | commenti (2)
categorie: natura, culture, agricoltura, cucina e gastronomia
mercoledì, 14 febbraio 2007

Cacchio, mancano solo tre giorni...



...e, se non sono male informato, arriverà la luna nuova. Il 17 febbraio.
Tre giorni, e mio nonno non si azzarderebbe più. Non potrebbe infrangere la tradizione secolare, forse millenaria, della semina legata alle fasi lunari. Non uscirebbe bene. Sarebbe uno spreco di risorse adesso e in futuro.
Con la Luna di Febbraio, come dice lui, si prepara il semenzaio di peperoncino. Io l'ho fatto, una settimanella fa. Ho aspettato il tempo propizio dalla scorsa estate, da quando ho deciso di tenere da parte due esemplari del mio personalissimo raccolto da davanzale. Quattro piante di quella varietà lì nella foto, hanno fruttato bene, tanto che ancora dispongo di una discreta quantità di Capsicum, io che ne consumo a vagonate.
Ho scelto due esemplari, dicevo, uno bello, da standard, e uno uscito non so come arricciato, con una nervatura legnosetta che lo rendeva simile a una babbuccia cucita male. L'ho tenuto per vedere se avrebbe figliato come lui - cosa peraltro improbabile, se non impossibile, ma mi divertiva l'idea di giocare al piccolo Mendel. E così ho, finalmente, raccolto i semi pronti, ho preparato le vaschettine per il semenzaio, ho interrato i semi del peperoncino deforme, e alcuni di un vecchio frutto della varietà a ciliegia risalente a due anni fa, credo. Non so se germinerà, ma volevo onorare la sua microstoria. Che ora, che ve lo dico a fare? riporto qui.
Mio nonno stava per lasciare la sua casa qui a Latina, per tornarsene a Roccagorga. Sul suo balcone restava qualche rimasuglio di basilico, di piante ormai dimenticate, e una piantina di peperoncino rinsecchita, con una sola, piccina pallina rossa. La raccolgo, e chiedo a nonno se avrei potuto usarla per mangiare. Lui mi fa no, che poi gliela devo dare per farci il seme (come se non ne avesse già a tonnellate - è di famiglia 'sta mania...). Io me la tengo; lui, che ve lo dico a fare? figuriamoci se si ricorda. Ed è rimasta a decorare una mia mensola fino a qualche giorno fa.
Adesso la terra ne abbraccia i semi, i suoi e della babbuccia uscita male.
E io aspetto. Pregusto il caldo, le foglie, i frutti verdi sminuzzati sui pomodori insieme col mio basilico, sempre ancora da arrivare, la cenere di sigaretta raccolta e versata sul terreno, per lasciare che il potassio arricchisca la capsicina, la potenzi, per darmi calore anche d'inverno.

Non lasciatevi sfuggire quest'occasione. La luna sarà propizia ancora per poco. Non sfidate la Luna di Febbraio. Va avanti da tempo immemorabile, e non provate a smontare questa teoria. Voi potreste obiettare che non c'entra niente la luna con le piante. E forse è vero.

Ma la Luna non lo sa...

domenica, 19 novembre 2006

Italicus gibber, quia homo bastardus.



Una settimanella fa ho portato la mia bella e me a visitare una mostra ornitologica ospitata presso il museo di Piana delle Orme, vicino Latina. Tanti bei volatili dai nomi più conosciuti (canarino, verdone, diamantino, ondulato...) ad altri un po' meno profani (diamante di Gould ancestrale, ibrido di avifauna esotica per canarino, serinus, ibrido fra estrildidi, lonchura, amadina...). E, tra le numerosissime gabbiette (forse un po' troppo piccole), c'era anche lui: il Gibber Italicus.
Oltre all'immagine di lassù, per descriverlo uso le parole rubate a Danilo Mainardi dal suo libro (bellissimo) La strategia dell'aquila:

"[...]questa carrellata di mostri. Ma scusatemi, non sono mostri, sono i rappresentanti di altrettante razze, razze ammirate... Eppure il tragitto va dal mostruoso alla bella razza. Tutto sta a farci l'abitudine, e forse qualcosa di più. Ma è giunto, mi pare, il momento, prima di tutto, di comprenderepoi sarà proprio il caso di meditare.
Prendiamo una speciale razza di canarino, patriotticamente denominato gibber italicus [...]. Ebbene, questo canarino che mi ha tanto impressionato è un essere provvisto di un'immensa gobba che lo sovrasta come una montagna. Da questa scende un collo sottile che termina con una testa serpentiforme. La coda vien giù verticale, come le zampe dalle cosce nude. I <<ginocchi>> talora sono addirittura piegati all'incontrario, in avanti cioè. Non c'è da meravigliarsi se, con questa struttura da Rupe Tarpea, il gibber italicus si trovi un po' in difficoltà a stare in equilibrio sul suo posatoio. È sempre lì che sta per cadere all'indietro e deve, per tirarsi su, continuamente aiutarsi con i nervosi, e insieme penosi, colpi d'ala.
[...]
Insomma è chiaro: il gibber [...] e tanti altri animali, uccelli e no, sono il prodotto di mutazioni mostruose, che l'uomo ha mantenuto e selezionato. Ne ha fatto delle razze per il suo piacere. Si potrebbe anche dire per la loro <<bellezza>>, che certamente, questo va compreso, non coincide con la funzionalità.
[...]quando un individuo aderisce allo standard di una razza non è più un mostro, è un normale. È un normale gibber italicus.
Così come sono normali i bulldog, i pesci rossi dagli occhi telescopici. Casomai mostri sono stati i primissimi, quelli della prima mutazione. Quelli che l'uomo ha scelto non per la Rupe Tarpea ma per farne oggetto di allevamento, e cioè di normalizzazione.
[...]nell'ambito dell'attuale dibattito sui limiti della liceità dell'uso degli animali per scopi vari, tra le crudeltà possibili che si dovrebbero condannare, c'è pure quella genetica. La selezione operata dagli allevatori può infatti mantenere in certe razze malformazioni che inficiano il benessere degli animali; può, in definitiva, crudelmente creare generazioni di viventi condannati a un perenne stato di sofferenza.
[...]
Resta in sospeso una domanda: cosa ne facciamo delle tante razze, ormai tradizionali, dalla patologia normalizzata? Razze che, più che vivere, sopravvivono in compagnia di un male programmato?"

Ora, il gibber italicus che ho visto io non era bellinocarino, non saltellava allegro e non faceva evoluzioni da atleta a due ali; no no, arrancava sul poggiatoio, sbatteva le ali, perdeva e riacquistava l'equilibrio per perderlo subito dopo. Proprio come diceva l'etologo, lassù. Che non diceva però che per trovare un po' di pace, un po' di stasi, quel canarino nato sfigato doveva sistemarsi dentro la cassettina del cibo. Proprio lì, in mezzo ai semi che avrebbe dovuto mangiare e basta, e in cui probabilmente rischiava di far confusione e di lasciare anche qualcosa, oltre che prendere.
La cosa più triste, forse: le due coccarde poste sulla gabbietta, di cui una recitava "Campione di razza".
E più indietro, all'entrata, un poster con su scritto qualcosa tipi "Aviocoltori. Allevare per proteggere".
Se avete un gibber, non abbiatene più, e cercate di procuragli un posto comodo. Se non ce l'avete, continuate così. Boicottate, indirizzate un possibile acquirente che conoscete a non farlo. Mandate a ca*are chi ne parla bene, chi li alleva o li apprezza, se vi capita.
Pensate di essere lui, magari, e pensate di riposarvi in mezzo a un piatto gigante di rigatoni, va'.



La Perla che posto parla della miseria umana. Si chiama Soon forget, è un pezzo per voce e ukulele, tratto dal live di Tokyo del 3 marzo 2003.
Testo qui, e enjoy!

postato da: Solarithan alle ore 02:30 | link | commenti (14)
categorie: natura, riflessioni, perle, culture
lunedì, 24 aprile 2006

Is fotografias e sa fotografa.


Oggi scrivo delle fotografie di Morettina.
È piuttosto difficile riuscire a delineare una struttura per questo post. Nel momento in cui lo concepivo non mi ero reso conto di quanti spunti offrisse, tra cui perfino un collegamento abbastanza diretto con i Pearl Jam (ma di questo parlerò meglio più in là).

Per chi non lo sapesse, Morettina è la moderatrice del forum di bloopers.it (please vedere e magari clickare i linki a lato). E solo per questo, spulciando tra il suo profilo e la sua firma nel forum, ho scoperto che fotografa e i siti che raccolgono le sue fotografie. E ho molto apprezzato i suoi scatti.

Ma andiamo per ordine.

Innanzitutto, una necessaria premessa: io non sono un esperto di fotografia, né credo di far riferimento a particolari chiavi di lettura nel momento in cui ne leggo una. Semplicemente, posso apprezzarla o no, e magari tirarne fuori un'interpretazione. Ed è una delle cose che farò in questa sede. Secondariamente non sarò solo io l'autore di questo post: Morettina stessa ne sarà parte attiva, con le sue foto, naturalmente, ma anche con le parole. È stata così gentile, infatti, da rispondere ad alcune mie domande in una specie di intervistina che si potrà leggere più avanti.

Le opere di Morettina si possono trovare a due indirizzi: il suo sito personale, e la sua galleria su deviantART. Proprio in quest'ultima ho scoperto con sorpresa e con quella sorta di entusiasmo da fan il collegamento ai PJ cui accennavo supra: il soggetto della foto intitolata Towards the sky è la stessa che abbellisce il booklet di Yeld e la copertina del singolo di Given to fly, solo da un'altra angolazione.

Se dovessi definire quella che potrebbe a mio avviso essere la spinta di Morettina verso la fotografia, lo farei dicendo che consiste nel palesare, per dargli forma e mantenerlo vivo, il suo legame con la terra. Con la terra dove vive, la Sardegna e in particolar modo Cagliari, con la terra delle donne e degli uomini, della natura più o meno trasfigurata, degli edifici, dei fiori, degli animali. Solo una foto, tra quelle presenti nel suo sito, non rientra in questo gruppo. È la prima che ho visto, e la prima che mi ha colpito. Non avendo badato al titolo, a una prima occhiata mi era sembrata una parete o qualcosa del genere, salvo poi scoprire che era il dettaglio di lana intessuta. Si intitola, infatti, Wool. Ha un nonsoché di intimistico, mi rimanda alla sensazione di un abbraccio, i suoi colori danno calore.

L'attenzione per il dettaglio si ravvisa soprattutto nella prima galleria, Architecture, dove l'obiettivo tende a sezionare l'ambiente urbano e a cogliere singole manifestazioni architettoniche, o al massimo a incitare a ciò che contorna il palazzo a stringersi e a provare a entrare nel fotogramma. Parlo di Where flying dreams come true, in cui l'occhio corre lungo le linee della struttura, salvo poi accorgersi di una luce che brilla più sotto e vuole farsi notare; di Chatting, dove l'aquila ascolta il mascherone lamentarsi di quella posizione scomoda; di Old Town, in cui un pezzo di Cagliari è affiancato da piante, rocce e dalla sensazione di calore del sole in un tutt'uno che mi sa di primo pomeriggio di relax.

La sezione People è quella che mi invita ad un'analisi più appassionata e magari confacente ai miei interessi. Come spesso succede, le foto di persone dicono molto di più di quello che apparentemente mostrano. Sanno parlare del soggetto, certo, ma anche dell'autore dello scatto, ne disvelano l'occhio e la presenza, raccontano storie e contesti e anime.
Life is heavy to carry on è un'immagine dettaglio e universale allo stesso tempo. È segno tangibile della fatica di una vita e di tante vite come quella. È anonima e personale allo stesso tempo. E marca nettamente la differenza tra la stanchezza costante, quasi eterna abitudine, della donna clochard e quella temporanea, un lungo sbadiglio d'attesa annoiata, del viaggiatore appoggiato al carrello sulla destra.
Rain of light racchiude l'essenza esteriore del rito religioso, manifestandone l'addobbo nello stendardo di Maria Stella del mare, nella divisa tirata a lucido del marinaio e nella pioggia pirotecnica, ma suggerisce anche allo sguardo profondo l'anima del rito stesso: nel corpo leggermente reclinato del giovane si intuisce l'attenzione e l'ascolto verso il rito, mentre dal contrasto netto luce-ombra traspare la forza misterica del momento rituale (e mi piace vedere che sul corpo che indica la presenza umana luce ed ombra siano in realtà gradualmente avvicendantisi; anima e corpo non possono far altro che convivere prevalendo o soccombendo secondo i momenti e le circostanze).
Regina è stupenda nel suo spiegarsi come descrizione densa (rubo spudoratamente e presuntuosamente la definizione a Clifford Geertz): presente e passato e futuro si fondono e scorrono attraverso gli occhi di Regina. Il passato alle sue spalle è offuscato, confuso, massa indistinta (per l'osservatore) di ricordi e vita che trovano forma netta solo nelle rughe del volto di lei. La donna è assorta, lo sguardo sembra essere perso ed errante, nostalgico e sognante, ma i riflessi sugli occhi sono segno di una consapevolezza indirizzata al futuro. Regina sa guardare avanti senza dimenticare, non volendo dimenticare. Con l'abito e gli orecchini tadizionali, questa donna, bellissima nel suo essere segno evidente di luoghi e tempi, è crocevia di epoche e vite.
L'esatto contrario della bimba di Sugar girl, del tutto proiettata solo nel suo presente di zucchero e dita da leccare, di sbarazzina vanità di trecce, di luce e colori. Se non fosse per quegli orecchini tanto simili a quelli di Regina...
I mondi di Regina e Sugar girl non sono distanti, non sono altro che parti sezionate di un continuum. Lo dimostra Granny's pride, in cui il presente di nonna e nipote ricongiunge e armonizza le singolari, distanti vite delle due foto precedenti, condendole di gioia e serenità.

Non mi soffermerò molto sulla sezione Sea and Land, se non per dire che sono splendide foto da cartolina (come una di loro esplicitamente fa intendere) molto curate ed evocative. Solo qualche parola per Freedom: immagine mozzafiato nella sua dinamica staticità, nel suo intensissimo istante di tensione in forte contrasto con la placidità del paesaggio.

Della sezione Nature adoro l'attenzione al particolare, al disvelamento di quello che compone i grandi paesaggi delle foto precedenti (un po' come la gerarchia delle foto di Architecture). Considero I'll catch you una foto del tutto riuscita negli intenti, secondo quanto dirà Morettina più avanti: mi fa ridere, tanto. Dream on sembra uno scorcio di savana. Flowers è la tenerezza resa immagine: gli espressivissimi occhi del cucciolo scaldano il cuore, e l'accostamento col fiore dà a quest'ultimo quasi una parvenza di vita animale.


Ed ora lascio la parola a Morettina. La ringrazio molto per aver risposto alle mie domande, permettendomi di porre la ciliegina su questa torta-post.


Allora, iniziamo con una di quelle domande un po' stupide e che, credo, possano significare tutto e niente. Perché fotografi, Morettina? E da quando lo fai?

Fotografo semplicemente perché mi capita spesso di imbattermi in immagini, scene, persone che mi suscitano un'emozione. Spesso si tratta di situazioni che per la loro natura fugace solo con la fotografia possono essere fermate: certe condizioni di luce, l'espressione di un viso, per esempio. Ho scoperto la fotografia molto tardi - diciamo circa tre anni e mezzo fa.

Quando fotografi, hai un soggetto o una categoria di soggetti preferita, concepisci gli scatti secondo categorie, o la disposizione delle foto sul tuo sito riflette un'organizzazione posteriore al momento della creazione dell'opera? Semplificando, fai foto pensando "questa è una foto architettonica, questa di paesaggio", oppure semplicemente apri e chiudi l'obiettivo e poi dici "Mmm, questa la metterò tra le foto di persone!"?

Ho iniziato soprattutto fotografando paesaggi naturali e angoli della mia città, che amo molto, ma più recentemente trovo interessanti anche alcuni soggetti umani. Non mi capita di andare in giro con la mia reflex pensando di scattare soltanto foto appartenenti ad una certa categoria: semplicemente mi guardo intorno e scatto tutto ciò che mi piace.  Le categorie in cui ho diviso le immagini nel sito nascono più che altro da una questione di praticità per il visitatore del sito stesso...

Penso che, nelle tue foto, natura e paesaggio umano è come se si trovassero in lotta, in un continuo fronteggiarsi. Penso giusto? E tu che pensi in proposito?

A volte sì, è vero che natura e insediamenti umani spesso appaiono in contrasto (soprattutto in alcune foto, Humans will not prevail o Menace over the town ad esempio).  Di solito comunque cerco di evitare di riprendere le brutture create dall'uomo, quando queste deturpano sul serio il paesaggio. E mi piace molto invece quando c'è una buona simbiosi fra i due piani.

Usi il fotoritocco? Per quale motivo?

Di solito uso il fotoritocco con la maggiore parsimonia possibile, soprattutto per migliorare il contrasto fra toni chiari e scuri, o in alcuni casi per rendere monocromatica una immagine a colori. Evito gli effetti speciali, i cambiamenti artificiosi delle tonalità e cose del genere. Trovo però che photoshop sia estremamente utile anche per il tipo di ritocco che faccio io, che normalmente sarebbe ottenibile in camera oscura con procedimenti piuttosto complessi. Digitalmente invece è tutto più semplice e rapido.

Vorresti commentare alcune delle fotografie da me preferite?

Con molto piacere :D

Building

Questo è uno dei pochi casi in cui il fotoritocco è piuttosto avanzato, in quanto è stato necessario correggere la deformazione prospettica data dalla lente. Volevo invece ottenere linee perfettamente dritte, e questo sarebbe stato possibile solo con alcuni obiettivi molto costosi o con macchine fotografiche a grande formato. Mi ha sempre colpito, questo edificio, per la solarità dei suoi colori in un contesto urbano molto grigio e per il suo carattere quasi da casa di bambola. E pensare che invece è la sede di una banca...

The city of fairies

Questa è stata scattata in un bel parco di Cagliari, Monte Urpinu, in un angolo tranquillo dove si sente un piacevole senso di armonia fra il verde e le abitazioni poco lontane. Quel giorno, poi, i toni pastello del cielo e quelli dei muri della città antica illuminati dal sole erano davvero spettacolari. L'atmosfera nel complesso era quasi fiabesca, da cui il titolo.

Chatting

Un dettaglio di una vecchia villa abbandonata, in un altro parco non lontano da casa mia. Mi piaceva la strana corrispondenza emotiva fra l'aquila e la maschera...

Life is heavy to carry on

E' una delle mie foto preferite... Tu che eri presente forse ricorderai che l'ho scattata di fretta prima che lei si accorgesse di essere ripresa. Questa infatti è l'unica immagine che sono riuscita a scattare. Quando si è voltata, avvertita da un'altra donna che mi aveva vista, ho smesso di riprenderla perché - giustamente - era parecchio infastidita, anzi, a dirla tutta, piuttosto infuriata... :D [come dimenticare le ingiurie e gli sputi in terra a mo'  di maleficio? n.d.R.] L'ho pubblicata comunque, sia perché non è riconoscibile, sia perché la vedo più che altro come un'immagine dal significato fortemente simbolico e come tale universale più che legata alla sua condizione individuale.

Regina

Questa donna, ottantenne, ha una faccia favolosa, secondo me. Tutta la sua storia è nei segni profondi del viso, nella tristezza degli occhi. Oltretutto indossa ancora il costume tradizionale sardo, in particolare una bella camicia orlata di pizzi. Credo che qui il tono seppia fosse un must...

Freedom

Un'altra delle mie preferite... Oltre alla bellezza del posto (le Rocce Rosse di Arbatax), ai colori bellissimi del mare e della pietra, personalmente mi trasmette ogni volta che la vedo un gran senso di gioia. Quel pomeriggio ho scattato diverse foto di questi ragazzi giovanissimi che si lanciavano dalle rocce, un paio di loro dal punto più alto. Questa però è la più significativa, soprattutto per la bellissima armonia del volo d'angelo.

I'll catch you

Mi piace l'idea che una foto possa regalare un sorriso. La buffa caccia delle anatre è divertente da fotografare, se si riesce a trovare il momento giusto. In questo caso sono stata abbastanza fortunata da poter sfruttare una buona composizione in diagonale. Peccato che le condizioni di luce non fossero delle migliori.

Flowers

Il piccolino era piuttosto intimorito, non sapeva bene cosa fare anche se la macchina fotografica lo incuriosiva molto. E' un'immagine molto tenera.


 


Come Perla quotidiana, corollario a questo post, ho scelto, giustamente, una canzone di Yield, Faithfull. La trovate qua, e ne leggete il testo qui. È tratta dal concerto al Velodromo San Sebastian, Spagna, del 26 maggio del 2000.

Buon ascolto, e grazie dell'attenzione.








postato da: Solarithan alle ore 15:11 | link | commenti (2)
categorie: natura, musica, poesia, perle, interviste, arti visive, fotografia, pearl jam